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Responsabilità per aggressione da parte di cani randagi

Avv. Clemi Tinto

Responsabilità per aggressione da parte di cani randagi

Nel caso in cui si siano verificati danni a seguito di aggressione da parte di cani randagi, la responsabilità deve ritenersi disciplinata dalle regole generali di cui all’art. 2043 c.c., e non dalle regole di cui all’art. 2052 c.c., che non sono applicabili in considerazione della natura stessa di detti animali e dell’impossibilità di ritenere sussistente un rapporto di proprietà o di uso in relazione ad essi, da parte dei soggetti della pubblica amministrazione preposti alla gestione del fenomeno del randagismo (Cass. 31 luglio 2017, n.18954).

Nella fattispecie di illecito aquiliano che viene così configurandosi, l’individuazione dell’ente cui le leggi nazionali e regionali affidano in generale il compito di controllo e gestione del fenomeno del randagismo rileva non sul piano della colpa, ma dell’imputazione della responsabilità omissiva sul piano causale.

Non può infatti essere la mera inosservanza dell’obbligo giuridico di provvedere alla cattura dell’animale randagio ad integrare la colpa rispetto ad un fenomeno, quale quello del randagismo, la cui prevenzione totale si sottrae ai parametri della condotta esigibile non potendo essere del tutto impedito che un animale randagio possa comunque trovarsi in un determinato momento sul territorio. L’omissione deve quindi essere espressione di un comportamento colposo dell’ente preposto, quale il non essersi adeguatamente attivato per la cattura nonostante l’esistenza di specifiche segnalazioni della presenza abituale dell’animale nel territorio di competenza dell’ente preposto, cadendosi diversamente in un’ipotesi di responsabilità oggettiva da custodia di cui agli artt. 2051, 2052 e 2053 cod. civ. (Cass. 31 luglio 2017, n. 18954).

L’individuazione delle responsabilità ha costituito oggetto di orientamento giurisprudenziale non univoco.

Fondamentale è quindi che risulti segnalata la presenza dei randagi sul territorio e la natura di randagio del cane.

La Suprema Corte ha recentemente affermato, che, ai sensi degli artt. 2, 6 e 8, L.R. Puglia n. 12 del 1995, il Comune è privo di legittimazione passiva in rapporto alla pretesa risarcitoria per i danni causati dai cani randagi, posto che in base alla menzionata legislazione regionale i Comuni devono limitarsi alla gestione dei canili al fine della mera “accoglienza” dei cani randagi recuperati, mentre al relativo “ricovero”, che presuppone l’attività di recupero e cattura, sono tenuti i Servizi veterinari delle ASL (Cass. 17060/2018).

E ancora, in applicazione dei principi generali in tema di responsabilità per colpa di cui all’art. 2043 c.c., non è sufficiente — per affermarne la responsabilità in caso di danni provocati da un animale randagio — individuare semplicemente l’Ente preposto alla cattura dei randagi e alla custodia degli stessi, non essendo materialmente esigibile un controllo del territorio così penetrante e diffuso ed uno svolgimento dell’attività di cattura così puntuale e tempestiva da impedire del tutto che possano comunque trovarsi sul territorio, in un determinato momento, degli animali randagi; occorre dunque che sia specificamente allegato e provato che la cattura e la custodia dello specifico animale randagio che ha provocato il danno era nel caso di specie possibile ed esigibile (Cass. 11591/2018).

L’onere della prova spetta dunque all’asserito danneggiato, in base alle regole generali, e consiste nella allegazione e successiva dimostrazione della condotta obbligatoria esigibile dall’Ente e della riconducibilità dell’evento dannoso al mancato adempimento di tale condotta obbligatoria e ciò in base ai principi sulla causalità omissiva.


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