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Rappresentanza e assistenza della persona non autosufficiente: interdizione, inabilitazione, amministrazione di sostegno (Parte 3 di 3) - L’amministrazione di sostegno.

Avv. Vittorio De Rosas - Dott.ssa Elena Sofia Macchia

Rappresentanza e assistenza della persona non autosufficiente: interdizione, inabilitazione, amministrazione di sostegno (Parte 3 di 3) – L’amministrazione di sostegno.

Preambolo

Diverse sono le cause che possono determinare in un soggetto la perdita – o la mancanza ab origine – della capacità di autogestirsi: patologie mentali, quali alterazioni o menomazioni psichiche o cognitive, oppure condizioni di infermità fisica tali da impedire una cosciente e libera manifestazione della volontà. Per questi soggetti, il Codice Civile appresta una serie di tutele, calibrate a seconda delle esigenze, sicché possa provvedersi ai loro interessi.

Le norme di riferimento

Artt. 404 – 413 c.c. (amministrazione di sostegno); artt. 414 – 432 c.c. (interdizione e inabilitazione).

La giurisprudenza di riferimento

Corte Cost. sent. del 9 dicembre 2005, n. 440; Cass. Civ. Sez. I, sent. del 12 giugno 2006, n. 13584; Cass. Civ. Sez. I, sent. del 22 aprile 2009, n. 9628; Cass. Civ. Sez. I, sent. del 26 ottobre 2011, n. 22332; Cass. Civ., Sez. I, sent. del 20 marzo 2013, n. 6861; Cass. Civ. Sez. I, sent. del 26 luglio 2013, n. 18171; Cass. Civ. Sez. I, sent. del 11 settembre 2015 n. 17962.

La questione

Nel momento in cui una persona non è in grado di provvedere a se stessa e di assumere decisioni essenziali per la cura dei propri interessi, per i suoi familiari è possibile ricorrere a tre diversi rimedi: interdizione, inabilitazione o amministrazione di sostegno.
Come orientarsi nella scelta della soluzione più adeguata per il proprio caro?

L’amministrazione di sostegno, introdotta con la L. n. 6/2004 nel riformato Capo I del Titolo XII, artt. 404 – 413 c.c., rappresenta una decisa attenuazione delle conseguenze di una declaratoria di incapacità giudiziale.
Connotato da una maggiore elasticità, rispetto agli istituti di interdizione e inabilitazione appena esaminati, permette al beneficiario di calibrare le limitazioni alla capacità negoziale caso per caso, atto per atto, ricorrendo ad una figura che si ponga nei confronti della sua volontà non come sostituto, ma come supporto, e solo in casi specifici come sostituto.
La giurisprudenza ne ammette l’applicazione anche a casi di incapacità totale di provvedere ai propri interessi, se tale misura possa dimostrarsi più adeguata dell’interdizione. Il tutto in un’ottica comunque meramente assistenziale, non più rappresentativa.

Si tratta di una misura destinata a:

  • soggetti anziani e/o in condizioni di disabilità o dipendenza di alcool o sostanze stupefacenti;
  • pazienti affetti da patologie in fase terminale o in stato di coma o di infermità mentale parziale o totale;
  • persone soggette a misure detentive;
  • interdetti e inabilitati, qualora sia intervenuta sentenza di revoca.

Possono richiedere l’istituzione dell’amministrazione di sostegno (art. 406 c.c.):

  • lo stesso potenziale beneficiario, anche a scopo preventivo, in previsione di un’eventuale futura condizione di incapacità;
  • il coniuge o il convivente stabile;
  • i parenti entro il quarto grado;
  • gli affini entro il secondo grado;
  • il tutore o il curatore;
  • il pubblico ministero;
  • i responsabili dei servizi sanitari o sociali.

Sono idonei a ricoprire l’incarico di amministratore di sostegno sono preferibilmente i familiari del beneficiario, in alternativa un soggetto terzo, oppure un ente o associazione specializzata nella cura della persona (art. 408 c.c.).
È consentito al beneficiario scegliere e nominare personalmente un amministratore di sostegno con scrittura privata autenticata o atto pubblico (art. 408), in previsione di eventuali future necessità.
In alternativa, è sempre possibile il ricorso al Giudice tutelare. Il procedimento si avvia con ricorso al Tribunale del luogo ove il potenziale beneficiario abbia residenza (art. 407 c.c.) e non richiede l’assistenza di un difensore (Cass. Civ., Sez. I, sent. n. 6861/2013).
Il Giudice Tutelare, fissata l’udienza di comparizione, sente il potenziale beneficiario, il coniuge o il convivente, i parenti e gli affini, compresi i responsabili dei servizi coinvolti nella cura del soggetto e il Pubblico Ministero.
Il Giudice Tutelare investito della causa, anche successivamente alla nomina dell’amministratore di sostegno, sarà competente a conoscere ogni questione connessa al corretto svolgimento di tale attività, concordando col beneficiario interessato a manifestare le proprie preferenze, la durata dell’incarico e il contenuto del “mansionario” cui l’amministratore dovrà attenersi.
La peculiarità dell’istituto consiste infatti nella non predeterminazione dell’ampiezza dei poteri, ma nella concertazione, quando possibile, o determinazione casistica da parte del Giudice Tutelare.
Tra gli obblighi dell’amministratore figura anche la rendicontazione del proprio operato al Giudice, con determinata periodicità (art. 410 c.c.).
La nomina avviene con decreto immediatamente esecutivo entro 60 giorni dalla data di presentazione del ricorso.

Questi gli strumenti messi a disposizione dall’ordinamento per la cura del soggetto in stato di bisogno.
La scelta della misura ritenuta più adeguata è in primo luogo riservata ai ricorrenti, familiari, soggetti terzi o il futuro beneficiario stesso.
Tuttavia, il Giudice Tutelare ha il dovere di valutare gli interessi del soggetto destinatario in chiave oggettiva, anche disattendendo le preferenze dei richiedenti, se dallo stesso ritenuto necessario.
In un caso simile, quali sarebbero i criteri che il Giudice è tenuto a seguire nella propria decisione?
A porre un freno alla tendente all’interscambiabilità degli istituti ha provveduto la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 440/2005, imponendo al Giudice Tutelare di scegliere la misura idonea cercando di perseguire la minore incidenza possibile sulla capacità d’agire del soggetto.
La Cassazione ha contribuito chiarire ulteriormente il precetto della Corte, prescrivendo che il G.T. non si attenga, nella distinzione delle diverse ipotesi, ad un mero criterio quantitativo, basato sul grado di infermità mentale o fisica, ma funzionale, nel senso che la misura dev’essere parametrata alle specifiche esigenze del soggetto (Cass. Civ. Sez. I, sent. n. 13584/2006 e successive pronunce conformi sino alla più recente Cass. Civ. Sez. I, sent. n. 17962/2015).
Coerentemente col principio affermato in sede di legittimità, la preferenza accordata dal G.T. alla misura dell’interdizione può essere, oltre che giustificata dal tipo di infermità e dalle esigenze del soggetto, anche dall’impossibilità “di operare una distinzione tra le attività da limitare ed affidare ad un terzo e quelle realizzabili dal soggetto” (Cass. Civ. Sez. I, sent. n. 18171/2013).

 

(Parte 1 di 3)

(Parte 2 di 3)

 

 

 

 


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