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Tutela della persona: riservatezza e segreto professionale nei rapporti con la magistratura e nel bilanciamento con il diritto di accesso agli atti amministrativi

Avv. Liana Barracane

Tutela della persona: riservatezza e segreto professionale nei rapporti con la magistratura e nel bilanciamento con il diritto di accesso agli atti amministrativi

La riservatezza è un diritto della persona e un dovere del professionista. L’educazione alla riservatezza è e resta un punto di partenza dell’assistente sociale sussistente da sempre e non un problema recente imputabile al processo di informatizzazione, che pur assume il suo rilievo. Va contemperata  con le esimenti stabilite dalla legge e con diritti contrapposti di pari rango.

Il codice deontologico costituisce il dna della professione sociale.

Storicamente deriva dalle Charity Organisations Society (1869) che hanno rivoluzionato il concetto di povertà liberandolo dal giudizio di “colpa” introducendo invece la concezione di diritto-dovere dell’assistenza; il codice di Richmond (1919) metteva in rilievo la persona attraverso i principi del rispetto, autodeterminazione, personalizzazione dell’aiuto, accettazione; Council of social welfare 1928: già nel Codice morale del servizio sociale si collocava un capitolo dedicato al segreto professionale e alla riservatezza. Nel 1989 il primo codice deontologico degli assistenti sociali nel convegno dell’Alta Val d’Elsa. Nel 1993 il congresso nazionale degli assistenti sociali ha redatto una stesura del codice similare a quello attualmente vigente, fondato su: informazione del destinatario, protezione delle informazioni, consenso, acquisizione consenso informato per trasferimento operatore, eventuali incarichi della magistratura, obblighi di riservatezza e segreto professionale.

Il segreto professionale degli assistenti sociali viene sancito per la prima volta compiutamente nella legge n. 119 del 3 aprile 2001 “Disposizioni concernenti l’obbligo del segreto professionale per gli assistenti sociali”, staglia una possibile eccezione dinanzi al Giudice sia civile che penale. Il segreto professionale esprime dei contenuti che superano ciò che può essere richiesto dalla legge.

Anche il nuovo Codice Deontologico, entrato in vigore il 1 giugno 2020, ribadisce nel capo II i criteri di riservatezza e segreto professionale (negli articoli dal 32 al 38) e dunque l’obbligatorietà del segreto professionale su quanto conosciuto per ragione della loro professione esercitata sia in regime di lavoro dipendente, pubblico o privato, sia in regime di lavoro autonomo libero professionale. E’ esteso a supervisori e ai tirocinanti, attiene agli strumenti operativi del professionisti (cartella, diario cronologico, colloqui e telefonate (ove assolutamente certi dell’interlocutore) registrazioni, fonte, dati sanitari riscontrati, relazione scritta, verbale,  la mail deve contenere sempre “nota di riservatezza”, anche la documentazione didattico-formativa è secretata).
Il Codice penale prevede all’art. 622 un delitto specifico: rivelazione di segreto professionale, fattispecie che prende forma allorquando venga divulgato un segreto (notizia che non tutti conoscono) di cui si venga a conoscenza in ragione del proprio ufficio, della propria professione o arte. Il reato è perseguibile a querela di parte ove dalla sua rivelazione possa derivarne un danno alla persona e se non vi è giusta causa. Tale segreto trova giusta causa nella sua rivelazione allorquando ricorrano i presupposti sanciti dall’art. 331 c.p.p.(denuncia da parte di pubblici ufficiali ed incaricati di un pubblico servizio) e art.333 c.p.p, (denuncia da parte di privati), ovvero nelle ipotesi dell’obbligo di denuncia di reati perseguibili d’ufficio: se l’assistente sociale, riconoscibile come pubblico ufficiale ovvero incaricato di  pubblico servizio, viene a conoscenza di un segreto che però attiene a un reato perseguibile d’ufficio è tenuto a presentare denuncia alle autorità competenti come indicato dal Codice di procedura penale e ciò anche al fine di non intercorrere nelle sanzioni penali previste dagli art. 361 e 362 c.p. rispettivamente omessa denuncia di reato da parte di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio (art.364 c.p. omessa denuncia di reato da parte del cittadino). 

In sede penale il professionista assistente sociale è penalmente perseguibile se omette o ritarda di denunciare all’autorità giudiziaria un reato di cui ha avuto  notizia nell’esercizio o a causa delle sue funzioni.

In sede civile il professionista assistente sociale ha l’obbligo di riferire al più presto al P.M. presso il Tribunale per i minorenni competente per territorio la situazione di abbandono del minore o dell’incapace di cui venga a conoscenza in ragione del proprio ufficio. Eccezion fatta per questi obblighi di cui l’assistente sociale ha il dovere di informare il proprio interlocutore in ragione dei compiti affidategli dall’autorità giudiziaria ovvero per iniziativa diretta dell’interlocutore medesimo, tanto in ossequio ad un principio di verità e di informazione cui l’assistente sociale è tenuto per vocazione professionale anche al fine di stabilirsi un necessario e imprescindibile rapporto fiduciario con la persona che chiede o che subisce un intervento professionale: la riservatezza è un diritto della persona e un dovere del professionista ex art. 32 del Codice deontologico. Ciò anche nell’ambito di pubblicazioni scientifiche o dei materiali ad uso didattico, nelle ricerche e nella costituzione di banche dati, occasioni nelle quali l’assistente sociale può/deve mettere a disposizione il materiale raccolto evitando di fornire i dati sensibili e /o anagrafici del soggetto di riferimento.

Problema specifico ricorre nel lavoro con i gruppi anche interdisciplinari nei quali l’assistente sociale si deve adoperare per ottenere la riservatezza di tutti i partecipanti, anche nel ruolo di tirocinanti o supervisori e pure con riferimento agli eventuali lavori in rete, che possono di volta in volta essere reputati necessari in ragione delle peculiarità del caso specifico, si pensi al coordinamento con la neopsichiatria ovvero Tribunale, Polizia giudiziaria ecc.

Un ordine di servizio della Direzione dell’UEPE di Bari distingue fra: 

  • dati personali: qualunque informazione relativa a persona fisica, persona giuridica, ente o associazione, identificati o identificabili anche indirettamente mediante riferimento a qualsiasi altra informazione;
  • dati sensibili: dati personali idonei a rivelare l’origine razziale ed etnica, convinzioni filosofiche, religiose, l’adesione a partiti, sindacati, associazioni o organizzazioni religiose/filosofiche/ politiche/sindacali, nonchè i dati personali idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale;
  •  dati giudiziari: dati personali idonei a rivelare i provvedimenti ascrivibili nel casellario giudiziario con la qualità di imputato o di indagato.

Nel documento programmatico sulla sicurezza  vengono individuate specifiche procedure, per esempio a ciascun utente viene assegnata una directory, in un area disco di un server sottoposta a backup; tutte le stazioni di lavoro devono essere protette da password di accensione, che va effettuata a cura della persona stessa che ne affida una copia in busta chiusa al responsabile del trattamento, che ha l’obbligo di conservarle con cura.

Il professionista deve quindi saper conservare, usare e proteggere i dati raccolti, salvaguardandoli da ogni indiscrezione, anche nel caso riguardino ex utenti, pure se deceduti. Concretamente non si tratta solo di tacere dati riservati di cui direttamente o indirettamente si viene a conoscenza, ma anche: usare con discrezione le informazioni acquisite, valutando cosa, come, quando, a chi può essere necessario comunicarle; affinare sensibilità per discernere e selezionare quanto da tenere riservato e quanto è necessario comunicare (ad es. nel lavoro interprofessionale o interorganizzativo); saper cogliere il bisogno di riservatezza, pudore, fragilità della persona; tutelare la riservatezza significa anche informare sui limiti e sugli obblighi del professionista; adottare uno stile di rapporto non troppo distante, ma nemmeno confusivo o collusivo.

L’educazione alla riservatezza è e resta un punto di partenza dell’assistente sociale sussistente da sempre e non un problema recente imputabile al processo di informatizzazione, che pur assume il suo rilievo.

L’art. 33 dell’attuale Codice deontologico sancisce l’obbligo di informazione della persona sui limiti e le deroghe al segreto professionale e all’obbligo di riservatezza, in particolare in riferimento a:

  1. rischio di grave danno alle persone o ai terzi (in particolare minorenni o incapaci);
  2. richiesta scritta e motivata dei legali rappresentanti del minorenne o dell’incapace nell’esclusivo interesse degli stessi;
  3. formale espressione di volontà dell’interessato o del suo legale rappresentante, informato delle conseguenze della rivelazione;
  4. rischio grave per l’incolumità dell’ assistente sociale; 
  5. esercizio del proprio diritto di difesa nei procedimenti giudiziari, disciplinari o sanzionatori.

Queste le giuste cause di rivelazione, che individua quindi le scriminanti che escludono la punibilità, quindi il consenso dell’avente diritto, lo stato di necessità, l’adempimento di un dovere, le denunce obbligatorie e il diritto di astenersi dal testimoniare. Questo quanto previsto dal dettame normativo. In realtà la cernita deve essere anche più ampia considerando il bilanciamento degli interessi e l’adeguatezza del mezzo rispetto allo scopo: la rivelazione deve essere extrema ratio

In ogni caso l’operatore deve ottenere dal suo interlocutore il “consenso informato”che consta nel permesso di procedere nel modo concordato; ove non riesca ad ottenerne il consenso, è essenziale la chiarezza di quanto potrà accadere successivamente per decisione delle Autorità, senza tuttavia mai azzerare le risorse psico-fisiche delle persone.

Nel processare le informazioni al computer dovrà distinguersi fra gli appunti professionali del professionista per lo svolgimento del proprio compito, che rimarranno comunque secretati ad esclusivo uso studio del professionista medesimo ( cartella clinica, appunti, registrazioni ecc., salvo che vi sia espresso consenso dell’interessato, anche se pure questo pone dubbi in ordine all’opportunità di accesso a questi documenti, che parrebbe tuttavia superato dalle più recenti statuizioni del Garante della privacy, che ha sancito il diritto all’accesso su tutta la documentazione che lo riguardi da parte dell’avente diritto diversamente da quanto invece suscettibile di accesso per i terzi), i terzi potranno accedere ai  documenti amministrativi propriamente detti, quindi quei documenti riassuntivi (decreti, circolari, verbali) che vengono messi a disposizione a richiesta ove sussistano ragioni di diritto di rango eguale o superiore al diritto costituzionalmente sancito del diritto alla riservatezza. 

Quindi il diritto alla riservatezza nel segreto professionale comporta in primo luogo il diritto dell’interessato a conoscere l’uso delle informazioni comunicate e la garanzia che i dati e le notizie forniti verranno utilizzati solo nell’interesse del soggetto (consenso informato). A salvaguardia di ciò è onere del professionista ex art. 34 del richiamato Codice deontologico, acquisire anche il consenso della persona alla presenza di tirocinanti e terzi durante l’intervento. 

Merita attenzione la particolare situazione nella quale versano gli amministratori nell’ambito delle proprie prerogative di verifica e di controllo dell’azione amministrativa, allorquando comunque chieda di prendere conoscenza degli atti relativi al caso seguito, rappresentando di essere comunque tenuto al segreto di ufficio e garantendo la riservatezza delle informazioni. Il segreto d’ufficio, tuttavia, è cosa ben diversa dal segreto professionale ed attiene esclusivamente alla segretezza di atti e fatti della pubblica amministrazione a tutela della medesima. E’ presidiato dall’art. 326 c.p. che sanziona la rivelazione l’agevolazione della conoscenza di notizie d’ufficio che non devono essere rese note, ricollegato alla violazione dei doveri inerenti la funzione, il servizio ovvero un abuso della propria qualità. Tale delitto è perseguibile d’ufficio.

Quindi mentre il segreto d’ufficio è teso a garantire la p.a. e riguarda i pubblici uffici e gli incaricati di un pubblico servizio che non posso rivelare notizie, che devono rimanere segrete, la cui divulgazione, senza giusta causa, è  anche una infrazione disciplinare. 

Il segreto professionale imposto dalla legge rafforza, tutela e fonda il rapporto fiduciario che si mira ad instaurare con la persona che accede al servizio in quanto obbliga l’operatore a non rivelare le informazioni aventi natura di segreto appreso all’interno del predetto rapporto fiduciario, alla stregua di quanto avviene per avvocati, sacerdoti, medici (legge 119/2001). La partecipazione consapevole nell’aiuto che viene proposto dai servizi sociali è speculare rispetto alla discrezione che viene garantita. Essenziali sono chiarezza e verità, valorizzando le risorse psico fisiche dell’interlocutore.

A tal proposito dunque occorre conciliare l’accesso agli atti sancito dalla legge 241 del ‘90, volto a criteri di efficientamento e trasparenza della p.a. da coniugare con quanto previsto dalla legge n. 675 del 1996 sulla privacy che sancisce necessaria riservatezza legata ai dati intimi della vita privata e relazionale. 

Il successivo decreto legislativo n.135 del 1999 prevede il trattamento dei dati sensibili da parte dei soggetti pubblici solo se autorizzati da disposizioni di legge o con provvedimento del Garante, in cui si specificano meglio le tipologie di dati, le operatività e le rilevanti finalità di interesse pubblico e demanda alle singole amministrazioni interessate il compito di individuare i dati che possono essere trattati e le operazioni effettuabili. Il Garante con provvedimento n. 26 del luglio 2000 individua ulteriori trattamenti di rilevante interesse pubblico fra i quali annovera le attività a carattere socioassistenziale.

La legge n. 15 del 2005 individua nella riservatezza di persone fisiche, persone giuridiche, gruppi e imprese, un possibile limite all’accesso agli atti amministrativi. La medesima legge sancisce che il diritto di accesso è attribuito all’interessato esclusivamente per tutelare situazioni di vantaggio riconosciuto dall’ordinamento ed individua i legittimati attivi al diritto di accesso in tutti i soggetti privati, compresi quelli portatori di interessi pubblici o diffusi che abbiano un interesse diretto, concreto e attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento per il quale è chiesto l’accesso. E’ grazie alla legge quindi 675 del 1996 così come novellata dalla legge n.15 del 2005 che la privacy, da eccezione o semplice limite al diritto di accesso, diviene principio cardine dell’attività amministrativa.

Il Codice della privacy (decreto legislativo n. 196 del 2003) ha riconosciuto il diritto alla protezione dei dati personali e ha previsto una serie di regole per il trattamento delle informazioni, che consentono di ripensare l’organizzazione del sistema informativo dell’ente locale. Relativamente ai dati sensibili idonei a rivelare lo stato di salute o la vita sessuale l’art. 60 della richiamata legge sancisce che il trattamento è consentito se la situazione giuridicamente rilevante che si intende tutelare con la richiesta di accesso ai documenti amministrativi è di rango almeno pari ai diritti dell’interessato e quindi consiste in un diritto della personalità o libertà fondamentale e inviolabile. Secondo la quinta sezione del Consiglio di Stato, più volte investita dalla problematica del bilanciamento tra diritto all’informazione e diritto alla privacy, entrambi interessi di rango primario, entrambi meritevoli di costante ed adeguata tutela da parte dell’Ordinamento giuridico; il primo si realizza attraverso l’esercizio del diritto di accesso alla documentazione amministrativa, che si basa sulle esigenze di trasparenza e imparzialità dell’azione amministrativa; il diritto alla riservatezza dei soggetti terzi si traduce nella necessità di garantire la riservatezza dei cosiddetti dati sensibili individuati e definiti nel decreto legislativo n. 196 del 2003.

L’art. 36 del ridetto codice deontologico sancisce che l’assistente sociale ha facoltà di astenersi dal rendere testimonianza e non può essere obbligato a deporre su quanto gli è stato confidato e ha conosciuto nell’esercizio della professione, salvo i casi previsti dalla legge, esimenti di cui si è trattato o bilanciamento di interessi. Analoga cautela a tutela della riservatezza del segreto professionale l’assistente sociale deve tenere con tutti i mezzi di comunicazione di diffusione di massa. A tanto è tenuto anche quando si sia cancellato dall albo o risulti sospeso dall’esercizio della professione.

Il diritto di accesso agli atti può essere esercitato da tutti i soggetti privati, compresi quelli portatori di interessi pubblici diffusi che abbiano un interesse concreto, diretto ed attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento del quale è chiesto l’accesso.

L’acquisizione dei documenti amministrativi da parte di altri soggetti pubblici si uniforma al principio di leale cooperazione istituzionale, pertanto l’accesso è consentito solo se il documento risulta connesso all’attività istituzionale del soggetto.

Non sono accessibili le informazioni in possesso di una p.a. che non abbiano forma di documento amministrativo (diario dei colloqui, test, verbali di incontro di equipe e report educativi sono documenti ad uso interno necessari alla redazione delle relazioni trasmesse poi all’autorità giudiziaria, il cui utilizzo è a stretto uso di operatori responsabili della cartella, salvo diversa determinazione da parte dell’autorità giudiziaria, fermo quanto disposto dall’ art. 60 del decreto legislativo n. 196 del 2003 che prevede il trattamento sia consentito se la situazione giuridicamente rilevante che si intende tutelare con la richiesta di accesso degli atti è di rango almeno pari ai diritti dell’interessato.

Deve comunque essere garantito ai richiedenti l’accesso ai documenti amministrativi la cui conoscenza sia necessaria per curare o difendere i propri interessi giuridici.

L’accesso agli atti può essere esercitato con due modalità formale ed informale.

L’accesso informale è esercitabile in assenza di controinteressati ed è consentito attraverso gli estremi del documento sul quale si chiede l’accesso agli atti. Richiedente deve dimostrare la propria identità ovvero, se richiede l’accesso per conto di altri, deve dichiarare in funzione di quali poteri di rappresentanza chieda l’accesso; deve inoltre dimostrare un interesse connesso alla richiesta del documento per cui chiede l’accesso. E’ onere dell’assistente sociale agevolare l’accesso alla documentazione immediatamente e senza formalità, ove ne sussistano i suddetti presupposti, L’avvenuto accesso deve essere annotato su apposito registro che riporta data e ora e tutti gli elementi significativi del medesimo. 

L’art. 35 del richiamato Codice sancisce l’obbligo dell’assistente sociale ad agevolare la persona o i suoi legali rappresentanti nell’accesso alla documentazione che la riguarda ed assicura che siano protette le eventuali informazioni relative a terzi e quelle che potrebbero danneggiare gli interessati e si adopera affinchè l’eventuale accesso di altri soggetti ai documenti amministrativi e professionali nel rispetto dei criteri e delle limitazioni previsti dalla normativa vigente.

L’accesso formale è richiesto nei casi in cui non sia possibile l’accoglimento immediato della richiesta informale ovvero sorgano dubbi sulla legittimazione del richiedente (identità, poteri rappresentativi, sussistenza dell’interesse, esistenza di controinteressati). La richiesta formale presentata ad amministrazione diversa da quella nei cui confronti va esercitato il diritto di accesso è dalla stessa immediatamente trasmessa a quella competente fornendo indicazione all’interessato. Tuttavia, se la documentazione prodotta da un’altra p.a. è stabilmente tenuta in cartella, l’istanza di accesso ai documenti amministrativi è correttamente proposta nei confronti dell’amministrazione che la detiene, che è tenuta ad evadere l’istanza. 

La domanda di accesso formale è redatta in carta semplice e deve contenere: 

  1. generalità del richiedente (con recapito telefonico e/o posta elettronica);
  2. elenco dei documenti richiesti ovvero elementi utili alla loro identificazione; 
  3. motivazione;
  4. finalità;
  5. data e sottoscrizione. 

Nel caso di richiesta di accesso da parte dell’autorità giudiziaria (Giudice tutelare, Tribunale ordinario, procura della repubblica ecc) o della forza pubblica (carabinieri, polizia locale, ecc) è opportuna richiesta scritta, meglio se motivata. 

In Regioni particolarmente virtuose sono espressamente scanditi in apposita circolare della Direzione dei servizi sociosanitari, con specifico riferimento alla riservatezza, privacy e trasparenza dell’attività dell’assistente sociale, tempi e modalità di accesso che la P.A. deve rispettare nell’evadere la richiesta. E’ auspicabile che tale organizzazione unitamente a protocolli d’intesa fra le varia P.A. abbiano ad essere varati per una migliore funzionalità e fruibilità dei servizi.

Il procedimento si deve concludere entro 30 giorni prorogabili per ulteriori 30 con provvedimento motivato per esigenze istruttorie, decorrenti dalla presentazione presso l’ufficio competente o dalla ricezione della medesima da parte dell’amministrazione competente. Nel caso la richiesta di accesso fosse irregolare o incompleta, entro 10 giorni l’amministrazione ne deve dare comunicazione al richiedente tramite raccomandata con avviso di ricevimento ovvero altro mezzo idoneo a comprovarne la ricezione. In questi casi il termine del procedimento inizia a decorrere dalla data di presentazione della richiesta corretta.

Responsabile del procedimento di accesso, in assenza di delega espressa, è il Dirigente, il funzionario preposto all’unità organizzativa o altro dipendente addetto all’unità competente a formare il documento o a detenerlo stabilmente.

Il procedimento istruito dall’amministrazione può concludersi con: 

  • accoglimento dell’istanza, che comporta anche la facoltà di accesso ad altri documenti richiamati nel documento stesso o appartenenti al medesimo procedimento, fatte salve le eccezioni di legge o di regolamento;
  • rigetto dell’istanza allorquando viene ritenuta irregolare o inammissibile; il provvedimento deve essere motivato a cura del responsabile del procedimento, con specifico riferimento alla normativa vigente; 
  • sussiste il potere di differimento che si configura come lo spostamento ad un momento successivo allorquando la conoscenza dei documenti richiesti possa impedire o gravemente ostacolare lo svolgimento dell’azione amministrativa.

Nel caso in cui siano decorsi inutilmente 30 giorni dalla richiesta questa si intende respinta.

Le pubbliche amministrazioni sono tenute a determinare per ciascun tipo di procedimento relativo ad atti di loro competenza, l’unità organizzativa responsabile dell’istruttoria e di ogni altro adempimento procedimentale, nonchè dell’adozione del provvedimento finale. Il dirigente di ciascuna unità organizzativa provvede ad assegnare a sè o ad altro dipendente addetto all’unità la responsabilità istruttoria e di ogni altro adempimento inerente il singolo procedimento nonchè eventualmente dell’adozione del provvedimento finale. Nel caso in cui non ci fosse un dirigente dell’unità organizzativa è considerato responsabile il funzionario preposto all’unità organizzativa determinata.

Il responsabile del procedimento deve valutare le condizioni di ammissibilità, i requisiti di legittimazione e i presupposti che sono rilevanti per l’emanazione del provvedimento, dispone il compimento degli atti all’uopo necessari, adotta ogni misura per il sollecito svolgimento dell’istruttoria. Previamente ha l’onere di comunicare l’avvio del procedimento con riferimento agli eventuali controinteressati ( è controinteressato in senso formale colui che è citato nei documenti richiesti; è controinteressato in senso sostanziale colui che ha un interesse uguale e contrario a quello del richiedente). 

Il diritto di accesso è esercitabile fino a quando l’azienda ha l’obbligo di tenere i documenti amministrativi ai quali si richiede di accedere ( tempo di conservazione illimitato per anamnesi, atti relativi a cause e ricorsi in tribunale, segnalazioni e contenzioso, autorità giudiziaria, cartella clinica i.v.g., cartella utenti ser.d., collaborazioni, consulenze e relazioni; dati statistici ser.d.; relazioni cliniche per il Tribunale; verbali riunioni; verbali segnalazioni; verifiche.)

L’accesso previsto dalla legge 241/90 non si esaurisce nella semplice possibilità di consultazione o estrazione di copia degli atti ma si realizza nella comprensibilità dei presupposti di metodo (criteri , indicatori, strumenti) del processo di aiuto, quale requisito per la comprensione dell’agire professionale (tratto da Dizionario di Servizio sociale di Laura Bini). 

Atteso dunque il necessario contemperamento degli interessi in gioco fra i criteri di trasparenza e informazione della p.a. e la tutela della riservatezza dell’interessato, suscettibili quindi di valutazione caso per caso avuto riguardo al rango degli interessi in gioco e ai principi etici di riferimento nel contesto socio-culturale in cui l’istanza si inserisce, nell’ottica del raggiungimento del miglior livello di benessere possibile tenuto conto dell’evoluzione del concetto di qualità della vita, che inerisce la definizione del concetto di salute elaborata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come “uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente l’assenza di malattie o infermità”,  osserviamo le varie interpretazioni di volta in volta attribuite alla norma dai Tribunali di riferimento. Molteplici ed uniformi le pronunce del Tar nel corrente anno ( Tar Calabria n. 676/2020, Tar Lombardia n. 922/2020, Tar Lazio n. 3985/2020, ecc.) sanciscono che “nell’ambito del rapporto tra il diritto di accesso ai documenti amministrativi e le esigenze di tutela della riservatezza dei terzi, le richieste di accesso agli atti amministrativi devono essere effettuate caso per caso, attraverso un’attenta valutazione in merito alla stretta funzionalità dell’accesso alla salvaguardia di posizioni soggettive protette.” (Tar Calabria n. 676/2020, Consiglio di Stato n. 5475/2019) “Il diritto di accesso agli atti amministrativi, anche nell’ipotesi in cui l’accesso potrebbe interferire con l’esigenza di tutela della riservatezza di terzi, deve essere garantito,  seppur nei limiti in cui sia strettamente indispensabile, nel caso in cui la conoscenza del documento di cui l’interessato chiede l’ostensione sia necessaria per curare o per difendere i propri interessi giuridici” (Tar Lazio n. 3985/2020) “Le previsioni del comma 1 art. 59 decreto legislativo 193 del 2003 e del comma 7 dell’art. 24 della legge 241/90 (in base al quale “deve comunque essere garantito ai richiedenti l’accesso ai documenti amministrativi la cui conoscenza sia necessaria per curare o difendere i propri interessi giuridici”) hanno codificato la prevalenza del diritto di accesso agli atti amministrativi sulle esigenze di riservatezza, che vanno considerate recessive quando l’accesso sia esercitato prospettando l’esigenza della difesa di un interesse giuridicamente rilevante” (Tar Lazio n. 3841/2020) “Le opposte esigenze del diritto alla piena ed effettiva tutela giurisdizionale e del diritto alla riservatezza delle informazioni possono essere contemplate prevedendo unicamente la visione degli atti, senza diritto di estrarne copia. La visione è infatti una modalità di ostensione degli atti che consente di operare un ragionevole bilanciamento degli interessi in gioco, senza che il diritto di difesa risulti compromesso, atteso che la visione degli atti consente comunque la formulazione di pertinenti censure rimettendo al giudicante di valutare la necessità di una più ampia discovery, mediante l’esercizio dei poteri istruttori.” (Tar Lombardia n. 922/2020) Art 24, comma 7 della legge 241/90 nel prevedere, immediatamente dopo l’individuazione ad opera del comma 6 dei documenti sottratti all’accesso, che “deve comunque essere garantito ai richiedenti l’accesso ai documenti amministrativi la cui conoscenza sia necessaria per curare o per difendere i proprio interessi giuridici” ha sancito la tendenziale prevalenza del cosiddetto accesso difensivo anche sulle antagoniste ragioni di riservatezza o di segretezza delle parti controinteressate, sicchè il problema delle contrapposte esigenze delle parti, diritto di accesso  e di difesa da una parte, e diritto di riservatezza dei terzi dall’altra, deve essere risolto dando prevalenza al diritto di accesso qualora sia necessario alla cura o alla difesa dei propri interessi giuridici.” (Tar Veneto n.894/2019; Tar Lombardia n.2151/2018).

Per riassumere:
la persona direttamente fruitrice del servizio può sempre accedere alla documentazione che la concerne e deve essere massimamente agevolata in questa acquisizione, salvo circostanze specifiche di opportunità di differimento.
I terzi possono accedere  per la tutela del proprio diritto di difesa, anche a scapito della tutela della privacy.
In genere è opportuno contemperare gli interessi in gioco per valutarne il rilievo costituzionalmente garantito, almeno uguale al diritto alla riservatezza.
Ove ricorrano i presupposti, sono sempre accessibili i documenti amministrativi ufficiali, trasmissibili o allegabili, che costituiscono parte integrante di atti pubblici (decreti, delibere, ecc) di solito informatizzati; gli altri documenti dovranno essere accessibili solo a richiesta del diretto interessato ove non coinvolgano interessi di terzi o, se terzi possano esserne coinvolti, previa comunicazione ai controinteressati (individuati o individuabili in virtù della natura del documento richiesto) e con attenta valutazione sulla stretta funzionalità dell’accesso alla salvaguardia di posizioni soggettive protette, che si ritengono lese (Consiglio di Stato n. 5475 del 2019) all’uopo dimostrando la concreta consequenzialità rispetto alle deduzioni difensive concretamente esplicabili, non essendo sufficiente la mera allegazione del diritto di difesa (Tar Emilia Romagna n. 411 del 2017; Consiglio di Stato n.2472 del 2014).

In tutti i casi andrà operata una scelta secondo buon senso ed etica che guida la vocazione del servizio sociale e che ciascun professionista deve impegnarsi a sviluppare con corsi formativi, autoriflessione ed autocritica.


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