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Arriva la nuova legge fallimentare e…scompare il fallimento. Una sola procedura per tutti, forse.

Avv. Manlio Lubrano

Arriva la nuova legge fallimentare e…scompare il fallimento. Una sola procedura per tutti, forse.

Preambolo

In materia di crisi debitorie, la legislazione USA costituisce da tempo il riferimento per molti Paesi.
La legge delega 155/2017 va per certi aspetti anche oltre, perché se in America i tipi di procedimento sono più di uno, da noi si ipotizza un unico procedimento per tutti i debitori, dal consumatore persona fisica fino alla grande impresa, inclusi i professionisti e le imprese non societarie e restando esclusi, come oggi, solo gli enti pubblici.

La questione

In realtà, le differenze esistono, ad esempio perché le problematiche di gestione sono ovviamente più complesse via via che cresce sia l’entità dei debiti che, soprattutto, le dimensioni dell’organizzazione in crisi, ed in effetti sono previsti, all’interno dell’unico procedimento, che siano disciplinati “distintamente i diversi esiti possibili”, e una assimilazione nel trattamento di consumatori, professionisti e imprenditori di minori dimensioni, secondo il sistema delle “soglie” già oggi contenute nell’art. 1 della legge fallimentare.
Dunque è probabile che da un lato verrà disegnato un procedimento semplificato per i debitori “minori”, e dall’altro ad un certo punto, dopo l’accertamento da parte del Tribunale dello stato di crisi o di insolvenza, ci sarà l’opportunità di pervenire a più di una soluzione.
La novità potrebbe rivelarsi meno dirompente di quanto possa apparire a prima vista, perché la legge fa riferimento a possibili soluzioni concordate o di liquidazione del patrimonio, con o senza continuazione di attività: ossia più o meno quanto già oggi possibile, sia pur con notevoli complicazioni operative, che si auspica potranno essere superate.
Alcuni elementi innovativi però sono certamente: la prevista unificazione dei riti processuali; la scomparsa del concordato preventivo liquidatorio (fino a poco fa quello prevalente, poi limitato nel 2015 mediante l’introduzione della percentuale minima di pagamento per i creditori chirografari) se non verrà iniettata nuova liquidità nell’impresa per destinarla ai creditori; utili chiarimenti sui piani attestati e su come debbano essere redatte le attestazioni; la forte incentivazione agli accordi di ristrutturazione dei debiti, con espansione dei poteri dei giudici sulle omologazioni anche in presenza del dissenso di alcuni creditori che tengano comportamenti opportunistici e irragionevoli; la possibilità di modificare la durata delle misure di blocco (molto utili ed apprezzate nella pratica) delle azioni esecutive e cautelari dei creditori, modulandole in senso più aderente alle effettive esigenze del debitore, e però con possibilità di revocarle in caso di scorrettezze.
In realtà l’obiettivo di fondo resta, coerentemente, quello di far emergere il prima possibile le crisi: come vedremo, nella tempistica immaginata dal legislatore sono centrali le cosiddette misure di allerta e prevenzione, di cui parliamo in altra “puntata”, e la via giudiziale viene solo dopo l’insuccesso del tentativo “confidenziale” di soluzione alternativa.
In realtà, anche quando non ci sono possibilità concrete di soluzione extragiudiziale, o il tentativo non riesce, la liquidazione giudiziale (che verrà a sostituire il fallimento) resta sullo sfondo, come ultima spiaggia, mentre è data priorità a tutte le alternative che “comportino il superamento della crisi assicurando la continuità aziendale, anche tramite un diverso imprenditore”, per usare le parole della legge.
Questo significa che l’attuale concordato preventivo con continuità aziendale dovrebbe, anziché continuare ad essere, come è oggi, un separato procedimento, trasformarsi in un possibile sbocco dell’unico iter di gestione della crisi. Il governo, in sede di delega, dovrà sciogliere il nodo, non semplice, di come coordinare efficacemente questa “priorità” per la continuazione dell’attività con le esigenze dei creditori di rapidità nel recupero dei crediti. L’esperienza di questi ultimi anni ha dimostrato, purtroppo, che le incertezze normative e i contrastanti indirizzi dei Tribunali (e talvolta anche della Cassazione) non hanno certo giovato alle aspettative dei creditori né in termini di percentuale di soddisfazione dei crediti, né di tempi di realizzo sia nelle ipotesi concordatarie che nei fallimenti.
L’idea di favorire percorsi di salvaguardia (anche) dei posti di lavoro, mediante la continuazione delle attività dell’impresa in crisi, magari con vendita a nuovi imprenditori, non è certo nuova, anzi. Misure concrete sono state introdotte almeno dal 2012 in poi, ma i risultati sono complessivamente stati modesti.
Pertanto massima attenzione dovrà essere data dal legislatore a indicare un “percorso” che, dove ve ne siano le condizioni, possa privilegiare l’uscita dalla crisi senza la scomparsa dell’impresa dal mercato, con il consenso della maggioranza dei creditori: rispetto ad oggi, c’è da augurarsi che le condizioni di accesso e i tempi di verifica delle possibilità di successo siano più chiare, meglio definite, e in definitiva capaci di selezionare i meritevoli, lasciando per tutti gli altri una liquidazione a sua volta rapida e deformalizzata al massimo, in modo da badare alla sostanza –cioè ai legittimi diritti dei creditori- più che alla forma.
In questa prospettiva, maggiore chiarezza potrà servire anche a limitare i cosiddetti “abusi” del concordato, ovvero ricorsi presentati solo per “prender tempo” e rinviare fallimenti inevitabili: la categoria dell’abuso è sempre difficile da individuare e talvolta si presta a interpretazioni troppo soggettive dei giudici: con il risultato di impedire qualche volta soluzioni effettivamente più vantaggiose del fallimento, e altre volte moltiplicare i contenziosi per lunghi anni.
Quindi tempi certi entro i quali tentare l’opzione concordataria e anche per eventuali proposte o offerte concorrenti, documentazione da allegare più chiara e definizione accurata dei contenuti delle attestazioni, informazione tempestiva dei creditori con precisazione dei compiti del commissario giudiziale, sono tra le parti più importanti da rivedere rispetto ad oggi, insieme a un complessivo ridisegno del ruolo e dei poteri del Tribunale, specie sul controverso tema della “fattibilità”.

(Arriva la nuova legge fallimentare e…scompare il fallimento. Ma attenzione!)

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