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“Il pensionato in buona fede, non deve restituire quanto percepito, ancorché indebitamente, a titolo di pensione provvisoria”

Avv. Vittorio De Rosas - Dott. ssa Ivana Cardone
pensione

“Il pensionato in buona fede, non deve restituire quanto percepito, ancorché indebitamente, a titolo di pensione provvisoria”

Preambolo

Molto spesso gli enti previdenziali chiedono ingiustamente la restituzione di somme, a loro dire corrisposte per errore a titolo di pensione provvisoria.
Nel caso che ci occupa, infatti, nel 2012, con la motivazione di cui innanzi, l’INPS chiedeva alla professoressa Sonia Calliope (nome di fantasia), posta in quiescenza nel 1994, la restituzione di 3.725,19 euro a suo dire corrisposte in più rispetto al dovuto. Contestualmente veniva comunicato alla pensionata l’ammontare del trattamento definitivo e che si sarebbe provveduto alla trattenuta di quanto innanzi detto. La professoressa, quindi, per tramite del sottoscritto difensore, impugnava tale determinazione per irripetibilità del suo presunto debito.

La questione

L’analisi della questione, non può non tener conto della buona fede del percipiente. Sul punto, infatti, bisogna evidenziare la buona fede della pensionata sotto due aspetti:

1) il lungo termine trascorso tra quando la stessa è stata posta in quiescenza e l’erogazione del trattamento pensionistico definitivo da parte dell’ente previdenziale;

2) l’esiguità della differenza tra la somma percepita mensilmente a titolo di trattamento provvisorio e quanto avrebbe dovuto percepire effettivamente, così come poi calcolato a titolo di trattamento definitivo: somma così esigua da non poter generare alcun dubbio sull’importo legittimamente percepito per ben 17 anni.

La Corte dei Conti di Bari, Giudice Unico in materia Pensionistica, contrariamente a quanto disposto dall’art. 2033 c.c., aderendo al principio della buona fede del percipiente, con la sentenza n.373/2014, ha accolto il ricorso proposto dalla professoressa, dichiarando in suo favore l’irripetibilità dell’indebito.
Infatti, la situazione giuridica di vantaggio della pensionata, derivante da un “indebito” pagamento pensionistico, è tutelabile qualora l’errore in cui è incorsa l’amministrazione non è facilmente percepibile con l’ordinaria diligenza e qualora la situazione giuridica di vantaggio si è protratta per un considerevole lasso temporale così lungo da giustificare il legittimo affidamento nella pensionata, lasso di tempo valutabile anche in riferimento ai termini procedimentali indicati nelle norme che nel caos che ci occupa sono di 3 anni per emanare il provvedimento definitivo di pensione.
In più, come su esposto, l’esiguità delle somme “indebitamente” percepite dal pensionato è aspetto irrinunciabile per provare la sua buona fede.
Nel nostro caso, la pensionata, con l’ordinaria diligenza non avrebbe mai potuto percepire l’errore in cui è incorsa l’amministrazione nella liquidazione della sua pensione provvisoria: sia perchè l’errore è stato poi calcolato in circa soli 20 euro percepiti in più al mese, sia perché tale situazione di fatto si è protratta per un lunghissimo lasso temporale ovvero di ben 17 anni fino alla determinazione del trattamento pensionistico definitivo.
Si può concludere che la costante pratica posta in essere da parte degli enti erogatori di attribuire trattamenti pensionistici provvisori per molti anni in più oltre a quanto previsto dalle norme, in attesa dell’emanazione del provvedimento definitivo, giustifica nei “pensionati” l’instaurarsi di un legittimo affidamento sull’ammontare del proprio trattamento pensionistico; affidamento legittimato dalla buona fede sotto due profili: da un lato il protrarsi per un lungo periodo del trattamento pensionistico provvisorio errato, dall’altro, l’impossibilità di accorgersi dell’errore per l’esiguità dello stesso.
Conseguentemente per quanto innanzi detto non è ripetibile da parte dell’ente previdenziale la maggior somma erogata per suo errore.

Tale assunto è stato più volte confermato anche dalla Suprema Corte di Cassazione e dalla Corte dei Conti – Sez. Riun. Centrali (ex mutis: Cass. n. 4323/2017; Corte dei Conti Sez Riun. n. 7/2011/QM, n. 2/2012/QM).


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